Tornare a casa

Si ha ragione di credere che in questo preciso momento storico il desiderio che accomuna gli italiani (e non solo), sia quello di ritornare alla “normalità” nelle sue diverse accezioni di “quotidianità”, “vita precedente” e così via. E pare essere un desiderio trasversale alle differenti generazioni e ai diversi ceti sociali. Un desiderio insomma molto democratico e popolare. E fin qui, nulla da obiettare. Tuttavia il punto è : attribuiamo tutti lo stesso significato a questa sorta di mantra che rimbalza di balcone in balcone, di condominio in condominio?

Stiamo davvero rimpiangendo la stessa cosa? E la normalità che rimpiangeremmo è la stessa per ciascuno? Indubbiamente la normalità si misura su ogni singola vita. Al netto del senso di perdita che dà valore a cose a cui non eravamo disposti a darne, in molti casi la tanto rimpianta quotidianità consisteva nell’inanellare senza troppa convinzione gesti puntuali e rituali compulsivo-ossessivi che riempivano i vuoti ed evitavano i silenzi. Solo qualche esempio : sveglie impietose, viaggi nei regionali, in metro o imbottigliati nel traffico di raccordi e circonvallazioni, sottopassi bui e puzzolenti, il lavoro(quello che si è trovato) e poi tutto al contrario, fino alla sbronza liberatoria del fine settimana, senza grandi sogni e così è se vi pare. Oppure improbabili cacce al tesoro (chi trova il perché vince) giocate o fatte giocare a figli e figlie nelle innumerevoli tappe pomeridiane del tempo libero (palestra, inglese, danza, pallavolo, pianoforte, cucina e laboratori di ogni tipo) Per altri, davvero la vita aveva un senso, ma era celato, o erano gli occhi ad essere bendati. Penso agli studenti che ogni mattina celebravano il rito della socialità e della condivisione in aule dalle quali desideravano solo fuggire il più presto possibile. In altri casi infine l’oggi è impietosamente uguale al prima.I senza tetto non credo avvertano particolarmente il bisogno di uscire di casa.

 La domanda che merita una risposta è dunque un’altra. Esiste una normalità collettiva alla quale tornare?

Se il parametro della normalità è, come dovrebbe essere, il vivere come è ovvio, scontato, “normale” che viva ogni essere umano, cioè con la dignità di essere umano, appunto, allora non è normale affatto il modo in cui abbiamo vissuto finora. Non è normale affatto il modo in cui abbiamo dimenticato gli altri, escluso gli ultimi invece di dar loro quel po’ di vantaggio che avrebbe permesso almeno di partecipare. Dio non voglia che  si ritorni alla quotidianità delle rimozioni, ai giorni in cui, nel tentativo folle di rimuovere la vecchiaia, la morte, il dolore, abbiamo allontanato dalle nostre vite i vecchi, gli ammalati , i sofferenti, i poveri.  Li abbiamo isolati, segregati, emarginati e siccome non bastava li abbiamo anche odiati, sanzionati, condannati, annegati, uccisi con mani nostre o altrui, che non fa una gran differenza. Non siamo stati capaci di prenderci cura gli uni degli altri, di condividere e redistribuire risorse di per sé sufficienti se non fossero state oggetto degli istinti predatori di pochi. Non abbiamo saputo dotarci di sistemi economici e tributari solidali, di riconoscere il valore del lavoro (e dei lavoratori) preferendogli il profitto e i giochini spesso sporchi della finanza( salvo ora a innalzare alla laica sacralità dell’eroismo chi prima trattavamo con sufficienza o con disprezzo). Non abbiamo saputo curare la nostra casa comune e poiché non eravamo capaci abbiamo ostacolato quei pochi che ancora si ostinavano a farlo. Abbiamo alimentato un ego smisurato piallandoci il viso e il cuore dalle rughe e dalle ferite. Abbiamo eretto muri e creato nemici pur di non riconoscere la nostra fragilità, pur di sfuggire, da soli, a un destino inevitabilmente comune. Abbiamo rimosso Dio. Lo abbiamo sacrificato non alla ragione, non a un Dio altro pur sempre Creatore. Lo abbiamo barattato con cialtronerie e analfabetismi morali e religiosi, vitelli d’oro e nuovi barabba.

In uno strano gioco del contrappasso ora giuriamo in lacrime che è il rapporto umano, il calore, la vicinanza degli altri che ci manca. Quali altri? Quei pochi a cui avevamo attribuito il privilegio dell’appartenenza? Quella che, è inteso, genera esclusione? IL pianeta ha ripreso piano a respirare in questo tempo di nostra assenza, i cieli hanno ripreso a splendere dicono in molti. E i canti degli uccelli pare riempiano le aurore e i tramonti.

Se torneremo a casa uscendo dalle nostre, dovremo farlo a testa bassa, e, questa volta, insieme. Dovremo rifare tutto daccapo. Ricordando quel po’ che in questo tempo abbiamo imparato.

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